Quante volte ti è capitato di leggere “un pezzo” e rimanere meravigliato della sua capacità di legarti a esso? Di coinvolgere la mente e appassionare i tuoi occhi?

Righe e periodi che vorresti non finissero più, dove ogni punto fermo determina la fine del piacere di leggere.

Quando ripensi a quel libro che ha accompagnato, amico muto, una particolare parentesi della tua vita, puoi ancora ricordarne il gusto leggero delle sue parole.

Ora tocca a te.

Vuoi pubblicare un articolo, un post o scrivere un biglietto augurale e vuoi lasciare il segno nel tuo interlocutore (perché in caso contrario le orme delle tue parole, sulla sabbia della sua memoria, spariranno in fretta)

Hai due strade di fronte, parallele e confluenti, che portano al tuo scritto perfetto: la via dei contenuti e la strada della forma.

E oggi parliamo di forma.

Devi sapere che per stilare un buon pezzo puoi fare ricorso ad alcuni segreti in grado di rendere unica la tua esposizione: le figure retoriche!

Sei preoccupato? Anche la lingua italiana lo è, perché da quando queste figure sono state messe nel dimenticatoio, lei si è impoverita. Eppure, ogni giorno – anche se inconsapevolmente – tu fai uso di moltissime di queste forme espressive. Quindi è giunto il momento che tu inizi a padroneggiarle.

Per rendere questo viaggio nella retorica quanto più piacevole voglio condividere (e rendere attuali con esempi pratici) le mie tre figure retoriche preferite.

Al primo posto, l’ANAFORA

Una comodissima figura retorica – dal greco ἀναϕορά (anaforà) cioè “ripetizione” – consiste nel ripetere una o più parole all’inizio dei tuoi periodi, per sottolineare un’immagine o un concetto.

Vuoi un esempio? Immagina di dover descrivere come ti sei sentito nello scoprire di essere stato licenziato tramite un messaggio sul tuo telefono e immagina la forza del tuo testo se lo scrivessi così:

Un messaggio, 160 battute per sapere che non avrei più lavorato con loro.

Un messaggio sterile e freddo, il massimo del loro impegno per sbarazzarsi di me.

Un messaggio, niente più di un messaggio per comunicarmi che da domani la mia vita sarebbe cambiata per sempre.

Senza indugi passiamo al secondo classificato: la CLIMAX

La climax – dal greco κλῖμαξ (climax) cioè “scala” – è una potente figura retorica che prevede l’accostamento di termini semanticamente affini in un’intensità espressiva crescente.

So cosa stai pensando: “facile a dirsi!”

Bene, allora applichiamo la climax alla descrizione della tua prima giornata di lavoro in borsa.

Fruscii di carte sgualcite e parole sommesse di segreti, poi la campana: le voci risuonano, gli ordini rimbombano e urla si sovrappongono alle vendite gridate.

Ma senza ulteriori indugi è giunto il momento che ti sveli la figura retorica stabilmente fissa al terzo gradino del mio podio personale: l’ONOMATOPEA

L’onomatopea (dal greco ónoma, “nome” e poiéin, “fare” = “formazione di parole”) consiste nel riprodurre suoni naturali attraverso espressioni verbali che acusticamente suggeriscono i suoni stessi.

Io vi parlo di onomatopee secondarie (le primarie hanno l’esclusiva capacità di evocare la sensazione di un suono ma non di un proprio significato (pensa ai vari bau o miao, brr o ecciù, perepepé di una tromba o il bum di una boato) parole che riproducono acusticamente il suono corrispondente all’oggetto

Stavolta sarà l’onomatopea a essere calata nella tua realtà. Per esempio: di ritorno dal tuo viaggio di piacere in Sicilia vuoi ricordare così una tua gita dal gusto particolare.

Rimbomba di massi che si sgretolano la lava, stride e crepita, nel suo scivolare, come di catene trascinate. Ciao Etna.

Vuoi distinguerti nel mare magnum della comunicazione social? Vuoi davvero fare la differenza con le tue parole? Allora scopri le tue 3 figure retoriche preferite.

Lascio a te la parola ora, perché sarebbe fantastico ricevere da te la proposta della tua figura retorica preferita, possibilmente corredata da un esempio di uso quotidiano.

 

 

Have an essential day